Un sabato interessante!



Devo cambiare abbigliamento ed iniziare ad usare camicie o magliette con tasca frontale, il motivo è semplice: mi devo adeguare all’età. Quindi la tasca potrebbe essere la soluzione ideale per non chiedermi sempre dove ho messo gli occhiali da vista, anche se per la verità non mi sono serviti un granché oggi nel seguire il primo avvenimento di giornata veramente importante considerando che l'attenzione era alle stelle!
Ovviamente sto parlando del matrimonio di Harry e Meghan che ha catturato  l’attenzione di milioni di persone in mondovisione. Diversi i momenti intensi della cerimonia  a partire dalle parole del reverendo Michael Curry che, leggendo sul suo I-Pad, citando Martin Luther King Jr.dice : "Dobbiamo scoprire il potere dell'amore, il potere redentore dell'amore e, quando lo faremo, saremo in grado di fare di questo vecchio mondo un nuovo mondo. L'amore è l'unica via". Poi con stile decisamente americano prosegue il suo sermone parlando liberamente dell’Amore in ogni sua forma ed eccezione e aggiunge: « e se non vi fidate di me, pensate a quando vi siete innamorati la prima volta e capirete la forza che c'è nell'amare».  Forse solo Camilla, che indossava praticamente in testa la torta nuziale, orrendo quell’ottovolante pastello, non ha colto appieno le parole e l’energia del capo della chiesa espiscolape in America. La cosa ha  invece messo di buon umore un George Clooney in gran forma, che deve chiedersi ogni volta che si guarda allo specchio quanto figo è! Poi c’è Kate Middleton, che solo poche settimane fa ha partorito il suo terzo genito, che  gusta l'occhio considerando la  splendida forma in cui si trova. E' indaffarata a tenere a bada i paggetti, indossando il suo  abito di Alexander McQueen che abbiamo già rivisto ben tre volte: al battesimo nel 2015, poi l’anno scorso nel suo viaggio in Belgio  e oggi al matrimonio di suo cognato. Chiaro il segnale che ha voluto dare la moglie del futuro Re d’Inghilterra al popolo che sempre di più l’ama e rivede in lei una indimenticabile Lady Diana Spencer. 
Ed infine la Regina, di giallo lime vestita  con il copricapo ornato dai fiori di lillà, ha dominato ancora una volta la scena. Impeccabile e perfetta in ogni minimo dettaglio. Grande momento poi quando nella Cappella di St. George si è cantato « God save the Queen ». Tutti a guardare questa donna che da oltre 60 anni  siede su un trono che in certi momenti ha traballato non poco. La Regina accompagnata dal suo Filippo, fedele consorte da oltre 70 anni, aveva dato il suo ok allo sposalizio nonostante la sposa uscisse già  da un matrimonio precedente e che la differenza di età comunque tra i due non è poca: lui 33, lei 36.
Poi c’è stato quel lungo trasferimento dalla chiesa al castello per i ricevimenti ufficiali uno offerto dalla Regina, finger food, e l’altro più tardi da Carlo che ovviamente sono stati esclusi dalla diretta televisiva. Ci è bastato però seguire il corteo nuziale che ha percorso poco più di qualche chilometro tra due fasce di folla festanti, per capire quanto gli inglesi alla fine sono legati alla Royal Family. Se questo non bastasse per capire quanta importanza è stato dato a questo matrimonio l’ho potuto notare anche con gli amici inglesi  su Facebook che hanno messo foto sorridenti per festeggiare l’avvenimento. Insomma c’è ancora  necessità di principi e principesse per uscire a volte da una realtà troppo cruda e amara. Loro lo sanno e recitano a perfezione la loro parte per regalare al popolo momenti indimenticabili portandolo nel mondo dei sogni e delle speranze se pur leggiadre comunque fatte d'amore. 


L'altra faccia della giornata è sempre colorata con il colori inglesi... è infatti Chris Froome che si prende la tappa con arrivo sul mitico Zonclan dopo aver fatto il passo Duron (già il nome la dice lunga con tratti al 18%) e  Sella Valcada, insomma una impresa epica nel giorno in cui l'Inghilterra si è dedicata a sognare.

Prendo la palla al balzo o meglio la penna in mano per ringraziare tutti coloro che mi hanno fatto gli auguri di buon complenno, in parte ho risposto in parte lo farò quanto prima. Grazie veramente di cuore anche questo è Amore.

Occhio all'onda!



 


Domenica importante e ... magari con un'azione di solidarietà lo sarà ancora di più




«five on five» era l’allenamento trainante degli americani tra la fine degli anni ’70 e inizio ’90, quando cioè dominavano lo slalom mondiale senza ombra di dubbio.  In sostanza erano percorsi di velocità tra le porte da ripetere cinque volte per cinque serie. Jon Lugbill costruiva tatticamente le sue gare con questa idea e cioè quella di dividere il tracciato in cinque parti e cacciarsi giù come fosse una serie intera di velocità senza recupero effettivo, ma solamente mentale.  Michal Martikan non l’ho mai visto fare velocità in allenamento, ma osservando a lungo il campione slovacco ci si può rendere conto che basa la sua preparazione fisica e se vogliamo pure quella tecnica  su migliaia di discese intere. I suoi ritmi non sono stratosferici, ma ciò che impressiona è la qualità di ogni singolo gesto che si unisce all’intensità. Myriam Jerusalmi, la mamma allenatrice del fenomeno Fox, l’ho vista raramente con in mano il cronometro, ma più spesso con telecamera e ultimamente con I-Pad. Gli inglesi hanno ruoli ben precisi e un allenatore fa solo l’allenatore: non prende video, ma lo trova pronto dopo l’allenamento per visionarlo con   i suoi atleti. Curano ogni dettaglio con gli specialisti di ogni settore a partire dal preparatore atletico, al coach per i pesi, fisio e via dicendo.
I percorsi di selezione dei Cechi sono molto spigolosi e anche i migliori sono costretti ad adottare delle retro. Le «retro» sono passaggi  bellissimi e il più grande interprete attuale è Jiri Prskavec che diversamente dagli altri pianta la coda sulla porta stessa e mantenendo il peso sulla stessa fa passare il suo scafo impennato dentro la porta sotto il paraspruzzi.  Vit Prindis è pulito, centrale ed è decisamente il kappa uno che meglio di altri sa far scorrere la sua canoa in modo sublime.  Non c’è nulla di esaltante in ogni sua pagaiata se non il fatto che ogni sua pagaiata è esaltata dalla continuità d’azione. Vavra Hradilek perde la sfida con Jiri Prskavec per accaparrarsi l’unico posto a disposizione nella squadra nazionale dei K1 uomini. L’argento di Londra 2012 e l’iride del 2013 ha perso con l’onore delle armi e con il sorriso che non lo abbandona mai neppure nei momenti più difficile per un atleta come quello di dover rimanere al palo per un altro anno e chissà se per lui di possibilità ne rimarranno ancora in questo campo. Mentre Michal Martikan festeggia la sua 24esima presenza in nazionale dopo un lungo week-end di sfide con il giovane Marko Mirgorodsky già due volte campione del mondo Junior e attuale campione del mondo U23.
Jiri Rohan, l’allenatore ceco,  ha iniziato ad indossare il sandalo quindi caldo garantito, mentre  alla prima edizione della Tango Marathon "Primavera in Praga"  pomeriggio strepitoso con la musica di una sempre grandissima ed unica "La Ros"... complimenti ad entrambi!

Buona domenica a tutti e specialmente al mio collega Daniele Molmenti impegnato in queste ore in una traversata in canoa per raccogliere fondi a favore dell’ASLA di Pordenone per la ricerca contro la Sclerosi Laterale Amiotrofica:  forza ragazzi diamogli una mano anche noi da casa contribuendo con una donazione in base alle nostre possibilità se pur piccola comunque sempre importante.

Occhio all’onda! 




Concerto 1^ maggio brutto e volgare, pagaiare per far correre la canoa


Non ci sono più i concerti del primo maggio di una volta, quelli che ti regalavano emozioni ogni volta che un cantante saliva sul palco in piazza San Giovanni e certamente  Lodo Guenzi non è Vincenzo Mollica o Claudio Bisio, storici presentatori di questo concerto che nasce nel 1990 organizzato dai sindacati confederati CGIL, CISL e  UIL.  Ambra Angiolini, icona degli anni ’90, non ha stonato nel suo ruolo di co-conduttrice, ma siamo anni luce dall’energia che fino a pochi anni fa si respirava e si trasmetteva dalla Capitale. Musica di una banalità unica capace solo di usare parole forti e volgari che non ci regalano nulla, ma evidenziano e sottolineo lo stato di degrado a cui siamo arrivati.  Specchio di una realtà sociale,  politica e umana decisamente senza più ideali e il  romanticismo delle lotte politiche di cui ci siamo nutriti fin dalla giovane età sono solo un ricordo di un passato per fortuna vissuto intensamente.  Anche  Gianna Nannini, mezza inferma e seduta su un trono che poco le si addice, ci ha provato  a caricare il pubblico, ma poco è servita la sua energia che se n’è andata con lei una volta scesa claudicante dal palco.  E già che ci sono la dico tutta perché c’è una cosa che mi dà particolarmente fastidio ogni volta che rientro nella mia amata  Verona anche se  la sua magnificenza mi accoglie sempre alla grande con quella vista che si gode in cima al cavalcavia provenendo da  Verona Sud:   le colline, i Lessini,  il Baldo e  poi scendo e trovo  porta Nuova, splendida opera di Michele  Sanmicheli sulla cui sommità  dovrebbe sventolare il tricolore con la bandiera dell’Europa e invece c’è un tricolore malconcio, una bandiera della regione Veneto e il vessillo di Verona anche lui in condizioni vergognose. Del simbolo d’Europa che per legge (22/1998) dovrebbe essere sempre presente quando c’è il tricolore neppure l’ombra e allora questo mi mette tristezza e mi chiedo se nessuno di dovere ha mai pensato di intervenire. Dalle piccole cose si parte per fare star bene la gente che merita rispetto e attenzione.

Torniamo nel seminato e dopo due giorni di  gare in quel di Ivrea emergono dati interessanti. Chi ha capito  che non bisogna sempre  pagaiare come forsennati per fare bene le porte, anzi molto spesso bisogna saper aspettare e usare esattamente quel colpo per entrare, per fare e per uscire da una risalita o da una porta in generale, inizia ad avere  i primi importanti riscontri positivi.  La tendenza è quella di anticipare troppo i tempi corretti nella messa in atto della manovra, poiché c’è disconnessione tra la capacità di saper aspettare con  la necessità del dover fare per tranquillizzare il nostro cervello che corre sempre e troppo spesso più veloce della nostra canoa. Spesso ci si dimentica dell’elemento essenziale del vero unico, secondo me, protagonista, dell’azione e della sua risultanza: la pagaiata e cioè lo sviluppo del colpo in acqua per far avanzare la canoa. Poco si lavora sotto questo aspetto eppure tutto è nascosto dietro a questo splendido, sublime ed unico movimento che in  base all’angolo di entrata in acqua può prendere altre definizioni, ma senza però cambiarne la sostanze e cioè il suo scopo principale quello cioè di far correre sempre lo scafo.

Occhio all’onda!

Specifico generale

 

"Sono grato a tutte quelle persone che mi hanno detto NO. 
  E' grazie a loro se sono quel che sono"      - Albert Einsten -



Una recente analisi del National Assessment of Educational Progress (NAEP) sul livello di preparazione dei giovani americani  è arrivata a dire che si dovrà lavorare di più sulle conoscenze in generale e meno nelle competenze ritenendo i Test (su cui la scuola americana è basata) poco attendibili e che dal 2001 (da quando cioè sono stati introdotti) hanno deviato il vero scopo dell’educazione.  In sostanza si dice che i giovani americani faticano a comprendere ciò che leggano perché mancano di una cultura di base che gli permetta di collegare poi le varie tematiche dando un senso logico e portando allo sviluppo successivo di una apertura mentale capace pure di creare ed innovare.
Mi chiedo se pure nello sport succede tutto ciò perché la tendenza generale è la specificità fin dalla giovane età, dove si propongono ai giovani metodiche di allenamento fisiche e tecniche mutuate dagli atleti di alto livello. Effettivamente anche nel settore slalom trovo troppo spesso giovani che sono piccole imitazioni di atleti di alto livello, ma se a loro chiedi di scendere un fiume oppure a secco di fare degli esercizi di riscaldamento rimangono completamente spaesati. Non sono attratti  dalla storia agonistica della canoa  e poco sanno e non parlano di sport se non in generale, concentrati come sono a pubblicare se stessi sui social.  
C’è la forte tendenza di lavorare con ragazzi e ragazze solo in mezzo alle porte e soprattutto in acqua corrente, magari esclusivamente su canali che poi ospiteranno gare nazionali od internazionali. A mio modo di vedere manca quella che possiamo definire preparazione tecnica e fisica generale fra i giovani. Pochi di loro praticano altri sport come lo sci di fondo, il basket o la pallavolo per non parlare di atletica leggera o nuoto. Questa massima specificità ad un certo punto si arena e si fatica a migliorare. Allenatori che non capiscono perché il loro giovane atleta, magari trattato come un finalista olimpico con tanto di periodizzazione,  dieta alimentare, video analisi, non riesce a fare un ulteriore salto in avanti quando magari da Junior o da Under si inizia a pensare di ottenere grandi risultati. Si lavora sullo specifico stretto e non su uno specifico allargato come possono essere proposte di allenamento scendendo un fiume o allenamenti senza porte  per assimilare ritmi e tempi dell’acqua e farli propri o ancora allenamenti su altri tipi di imbarcazione. Una delle giustificazioni che sento dagli allenatori è quella che se a questi giovani si propongono attività alternative si corre il rischio che si stufino e che abbandonino pure lo slalom. In realtà assecondiamo a volte troppo la volontà dei ragazzi preoccupandoci solo di farli divertire sempre e comunque. Ci manca a volte la consapevolezza di trasmettere loro il principio che per arrivare bisogna fare fatica, bisogna soffrire e bisogna pure condividere le gioie con il dolore. Gli allenatori, come i genitori, hanno perso autorità forse per una propria comodità come ci ricorda Paolo Crepet nel suo ultimo libro, ma mi sento di dire che per costruire un grattacielo bisogna partire da fondamenta profonde e bene ancorate su basi solide, altrimenti rischiamo di illudere i nostri giovani a successi che difficilmente possono arrivare se non costruiti fin dalla giovane età e dobbiamo avere pure la forza di dire "no" come Einsten ci ha insegnato.

Occhio all’onda! 


   Quanta tristezza e solitudine nascondo i nostri  
   telefonini! 









YOG interessanti le prove di qualifica, ma...


Gli Youth Olympic Games sono certamente un tentativo sano ed onesto per  stimolare il mondo sportivo mondiale giovanile educandolo a quelli che sono i valori olimpici, ma organizzare le prove di qualifica come sono allo stato attuale diventano un "vorrei ma non posso"  rilegando lo sport ad una sorta di Giochi senza Frontiera e secondo il mio modesto parere senza logica di crescita. Vanno fatti comunque i complimenti a Jean-Michel Prono, Cyril Nivel e a Lluis Rabaneda e a tutti i loro collaboratori per il lavoro  profuso già da tempo nel portare avanti questo impegno. Speriamo che da questo evento possano ricevere molti feedback  al fine di non perseverare su questa strada, ma per trovare la via giusta nel promuovere il nostro magico sport in maniera più propositiva.
Gli YOG nascono per volontà del CIO che ha preso la palla al balzo da un’idea di Johann Rosenzopf che voleva dare uno stimolo a combattere l’obesità giovanile offrendo a loro la possibilità di cimentarsi con lo sport. Sostanzialmente l’organo internazionale ha questi obiettivi che sono:  radunare i migliori e talentuosi giovani sportivi di tutto il mondo, offrire a loro lo spirito olimpico con i suoi valori e informare e formare i giovani sui valori Olimpici;  partendo dal presupposto di non spingere troppo sull’agonismo considerandolo un fattore negativo. Forse  su questo ci sarebbero da aprire grandi discussioni in merito, ma sorvoliamo… Due le edizioni estive ed invernali già fatte e cioè le prime a Singapore nel 2010 e a  Nanjing 2014, mentre quelle invernali a  Innsbruck 2012 e a Lillehammer 2016.

62 i paesi che hanno partecipato alla selettiva mondiale disputatasi recentemente alle porte di  Barcellona sul canale olimpico del 1992 a Castelldefels per un totale di circa 300 atleti che hanno gareggiato nella prove di velocità e slalom o meglio hanno gareggiato in due specialità  riviste, corrette ed adattate a quelle che dovrebbero essere le discipline della canoa da velocità e dello slalom.

Sostanzialmente  sono quattro gli errori  di fondo.

-  Il primo è quello  legato all’età degli atleti ammessi ai Giochi Olimpici Giovanili (Young Olympic Games), infatti a queste prove e ovviamente a quelle  finali a Buenos Aires sono ammessi atleti nati negli anni 2002 e 2003 e cioè 16 e 15 anni, una fascia d’età che ormai ha già definito il suo futuro sportivo e in modo pure ben preciso e specifico e che certo non aspettano questo tipo di gare per avere soddisfazioni agonistiche o per decidere a quale delle due specialità dedicarsi in futuro. Tanto meno si scoprono talenti in queste occasioni, ma soprattutto a queste età.  Senza contare il fatto che, specialmente nel settore maschile, sono anni in cui c’è una grande disparità sotto l’aspetto dello sviluppo psico-fisico. Possiamo avere giovani già formati che si confrontano con compagni che devono viceversa  ancora iniziare la loro fase di sviluppo. 
- Il secondo errore sostanziale è non aver riservato delle quote specifiche per ogni disciplina e cioè se per l’Europa sono concessi sei posti si sarebbero dovuti dividere 3 per il settore velocità e 3 per il settore slalom, mentre  si distribuiranno questi sei posti dalla somma fatta nelle due specialità da ogni singolo atleta. Tanto più che nella Capital verranno assegnate le medaglie per specialità e allora qual'è il senso di una selezione sommando le prove?
- Il terzo punto sono le gare che sono state organizzate che hanno prima di tutto un costo elevatissimo come mi ha ben spiegato Lluis Rabaneda, il team manager di questo evento, oltre al fatto che sono un costo esagerato anche per le squadre che vi partecipano considerando il fatto che sarebbe stato più logico disputare queste qualifiche a livello di Continente oppure prendere di riferimento le prove di Campionato del Mondo Junior delle due varie specialità come era stato fatto fino ad oggi per le edizioni precedenti. Le gare di Barcellona sicuramente hanno avuto un valore competitivo sicuramente più elevato di quello che ci sarà a Buenos Aires ad ottobre, anche solo pr il fatto che erano ammessi due atleti per ogni nazione su ogni specialità.
- Il quarto punto è la lungaggine delle gare disputate in tutte le fasi, anche se contavano i tempi nelle batterie, con la formula «head to head». Ciò comporta tempi lunghissimi con l’inevitabile cambiamento meteorologico che influenza non poco i risultati specialmente nelle batterie che contavano i tempi.

Facciamo un ragionamento tecnico e l’esempio più eclatante è quello della vincitrice nel K1 slalom donne, Lili Bryant, che non ha guadagnato la qualificazione olimpica poiché nella prova di velocità ha chiuso al 57^ posto. Quindi sommando lo zero dello slalom con la prestazione sulla barca lunga il totale da 57 che significa 22^ nel ranking mondiale assoluto è la 16^ in Europa e la sua compagna Lois Leaver che è arrivata 4^ nella velocità e 48^ in slalom la precede diventando la Gran Bretagna la 9^ nazione per il  Continente Europa. Rocambolesca pure la vittoria della britannica che nelle batterie non si qualifica nelle prime cinque e deve quindi passare per i ripescaggi. Qui ottiene l’ultima posizione utile per passare di 0,21 sulla spagnola Bernardez.
Considerate che la Bryant non era nella squadra nazionale Junior 2017, ma aveva finito le selezioni di categoria in 11^ pozione. Neppure quest’anno è entrata nella squadra che rappresenterà il Regno Unito ai Mondiali di categoria di Ivrea e agli Europei di Bratislava.  Ha partecipato nel 2017 all’ECA Cup Junior prendendo qualche podio e finendo in classifica generale al 5^ posto sulle 88 atlete partecipanti.
Il Regno Unito aveva organizzato delle vere e proprie selezioni a Holme Pierrepont, Nottingham, il 25 Novembre dello scorso anno, così in anticipo per offrire la possibilità  a questi giovani di allenarsi nelle due diverse specialità. La Bryant che normalmente ha dalle 8 alle 10 sezioni di allenamento alla settimana, una volta selezionata i suoi allenatori, Richard Lee e Tommy Power, le hanno inserito anche degli allenamenti settimanali nella canoa da velocità. Il risultato, se eccellente nello slalom, non c’è stato in una specialità come quella della velocità che richiede moltissimo tempo per riuscire ad esprimersi tecnicamente su un mezzo che è molto complesso e difficile.
La stessa cosa ha fatto Marc Domenjo per la sua atleta di Andorra, Noemi Font-Voorhoeve, allenandola tre volte alla settimana sulla barca da velocità a La Seu d’Urgell. Anche in questo caso i risultati non sono stati sufficienti per qualificarsi a Buenos Aires.
Eszter Rendessy, l’atleta ungherese che ha vinto la qualifica nella prova velocità e la classifica complessiva, di 1 punto  sulla francese  Romane Charayron ha chiuso la prova in slalom al 19^ posto, mentre la transalpina ha due decimi posti. Quindi per la magiara, di ovvia estrazione velocità, si è trattato di imparare l’eskimo e nulla di più, mentre per la Charayron si è trattato di essere mediocre in tutte e due le specialità.

Ora il dibattito si apre sotto l’aspetto tecnico e soprattutto sulla propedeuticità di queste proposte in ottica futura. Liquidiamo velocemente la prova dello slalom che con lo slalom olimpico non ha nulla a che spartire e soprattutto non aiuta i giovani ad avvicinarsi alla vera disciplina. Completamente opposto il principio tecnico proposto con quello che viceversa è lo slalom in acqua corrente, principalmente per il fatto che agli YOG le porte sono immerse nell’acqua mentre nello slalom sono appese. Capite bene la sostanziale differenza e che cosa ciò comporta.
Gli specialisti della velocità mi dicono che non incontrano affinità con la disciplina olimpica, certo è che comunque rimangono valide le proposte tecniche fosse solo per  il mezzo proposto ed utilizzato. 






TUTTI I RISULTATI DELLE GARE LI POTETE TROVARE CLICCANDO QUI

Occhio all’onda! 








Elena Borghi sulla sinistra con la campionessa olimpica di Slalom Emile Fer presente alle prove di qualifica come testimonial per la Francia.

La squadra dell'Argentina

con il  tecnico della Spagna Ander Diez Lizarribar sulla sinsitra, al centro il tecnico di Andorra Marc Domenjo e io. 

A destra Guille Diez Canedo attuale direttore tecnico slalom della Spagna con Maiara tecnco giovanile del Brasile e giudice arbitro di slalom internazionale.

La fantasia capace di dipingere le sfumature della vita

Si può fare ogni cosa bene, si può pagaiare, giocare,  ballare e cantare  con grande tecnica, si può essere eleganti e raffinati, si può essere pure casual, sportivi o rock,  ma ciò che eleva dal semplice fare e da’ forza e colore ad ogni gesto, interpretazione, movimento, parola o musica é principalmente determinato dalla  fantasia che il nostro essere sa esprimere.
La fantasia non è per tutti, la fantasia premia gli audaci e i curiosi. La fantasia porta l’arte al massimo compimento. La fantasia esalta la  semplicità e sa regalare non solo soddisfazioni a chi n’è l’autore, ma anche fa godere chi ammirato sa cogliere tanta essenza.
La fantasia è il guizzo che magari ti fa ricamare una passaggio delicato su una porta da slalom, ma è anche un abbraccio conquistato in una folle ronda di Waltz.  Fantasia… magica espressione di libertà che non conosce confini, barriere o limitazioni, capace di accompagnarti sempre nel cammino della vita. Nasce spontanea con la vita,  ma se non coltivata ed allenata ti abbandona e ti lascia un vuoto senza fine. Bella ed  emozionante quando la trovi anche negli altri che magari semplicemente a tempo ti fanno capire che la tecnica è nulla se non condita da cento, mille libertà che arrivano dalla capacità di esprimere liberamente sentimenti e amore senza confini e senza paure. Fantasia è come Raffy ha preparato per noi le patate al forno questa sera.  La fantasia, che può essere capace di salvare una vita,  è quella della maestra Elena Cecchini che rendendo partecipi i compagni di scuola di un ragazzino epilettico  scrive un cartellone su che cosa ogni ragazzo deve fare in caso di attacco. Fantasia è la danza di Alessandro Cipolla che al suo tango oltre ad una raffinata tecnica di base ci mette molto molto di più. Lui quando danza è decisamente in « flow » e il suo muoversi sulla pista è di un’armonia più unica che rara e lo capisci quando Gianni Perina, profondo conoscitore della vita, ti confida che veder ballare Cipolla lo emoziona perché gli regala leggerezza, semplicità e lo stimola a continuare a studiare per migliorare il suo tango. 
C’è chi sa esprimere la fantasia e c’è chi sa coglierla, c’è chi non  sa di averla e c’è chi viceversa sapendo di averla non la sfrutta come dovrebbe. Ecco perché bisognerebbe parlarne di più senza paura e senza vergogna di sbagliare uscendo da quelli che sono quei limiti che seppelliscono pericolosamente la gioia di vivere e non ti fanno esprimere come vorresti.

Occhio all’onda!

La Teoria è una cosa fantastica!

Dopo una giornata sul fiume a seguire gli atleti arrivano sempre le riflessioni che a volte vengono fatte a voce alta e condivise!

La teoria è una cosa fantastica che nutre chi pratica non ha!  Abbiamo  milioni di teorici in tutto e su tutto  e anche la canoa ha ovviamente i suoi! Lo confesso ho invidia per queste persone che si sentono competenti su ogni cosa e i nostri dubbi per loro sono solo  sinonimo di certezze.  
Io di mestiere faccio l’allenatore di canoa, ma più specificatamente allenatore di canoa slalom in pratica non mi sento un « tuttologo », posso parlare e mettermi in discussione sul tema slalom e annessi, ma per tutto ciò che riguarda il resto rimango sempre in ascolto e cerco di imparare.  Credo però di avere un altro grande problema: mi chiedo sempre cosa si possa fare per migliorare, ne parlavo giusto ieri con Alviano Mesaroli che è venuto a trovarmi al  Club e così abbiamo pranzato assieme tra un allenamento e l’altro. Con Alviano abbiamo lavorato assieme per molti anni e ogni volta dopo aver concluso una gara, un raduno, un allenamento la nostra ricorrente domanda era sempre la stessa: che cosa possiamo fare per far migliorare i nostri atleti.  I teorici invece hanno certezze assolute, ma soprattutto non hanno domande, ma solo risposte calate dalla loro sapienza presentate con arzigogolate parole che girano e girano attorno senza mai atterrare da nessuna parte.
Dicevo… nessun dubbio anche se magari alla richiesta di farci capire da dove  arriva tutto questo sapere, chissà magari sono stati atleti di alto livello in chissà quale vita o continente, oppure hanno formato giovani atleti che poi hanno sbalordito il mondo sportivo e non solo, non ci rispondono e si trincerano dietro al diritto di poter  esprimere le loro opinioni in merito. Diritto sacrosanto e doveroso, ma da esprimere al bar con amici di pari ceto e livello e non certo per assumere ruoli o mansioni creando problemi e facendo allontanare brave persone disposte con umiltà a collaborare.

Altra mio limite è quello di non capire chi riesce  a ricoprire più ruoli nello stesso momento, tanto più se si tratta di cariche arrivate dopo aver chiesto alla gente fiducia e voti.  Mi sembra una mancanza di rispetto verso coloro che hanno dato il loro consenso e appoggio per migliorare la nostra società. Ruoli che necessitano di un impegno costante e che molte volte sono a centinaia di chilometri di distanza. L’allenatore, a mio modo di vedere, ha necessità di tempo per mettersi in ascolto, per osservare, per capire e quindi intervenire in un processo lungo e meticoloso che si sviluppa solo con la costante presenza e condivisione.
Il politico diciamo che dovrebbe avere la stessa funzione per intervenire solo dopo aver veramente capito e partecipato alle problematiche della gente.
Io ho necessità di montare qualche volta ancora in canoa per non dimenticarmi e per non allontanarmi dalle problematiche che puoi capire solo se effettivamente le tocchi con mano, nel nostro caso solo se metti il culo sull’acqua che corre!

Occhio all’onda!

TARGET TIME


Per un allenatore è importate avere riferimenti precisi per capire dove intervenire e che suggerimenti dare al proprio atleta. Sicuramente valgono  molto le sensazioni che si vivono sul campo e conta molto pure l’esperienza che ti permette di vedere oltre il momento stesso, relazionando la eventuale problematica in un processo evolutivo e di crescita. Certo è che avere degli aiuti per approfondire le varie realtà  potrà facilitarci il lavoro. Sostanzialmente possiamo avvalerci di dati oggettivi come tempo e penalità, mentre le riprese video diventano  di supporto per avere conferme o meno sulle idee che ci siamo fatti durante l’allenamento.
Tempi e video, a mio modo di vedere, vengono sfruttati in maniera diversa dall’allenatore e dall’atleta stesso. Dal punto di vista di chi sta sulla riva e non ha il culo in acqua i tempi e gli  intertempi possono avere diverse chiavi di lettura e possono scindersi e integrarsi uno nell’altro al fine di raccogliere informazioni che ci fanno capire il vero potenziale di un atleta e su che cosa dobbiamo fare senza però correre nell’errore di affidare tutto esclusivamente ai tempi.
Prendiamo il caso di un allenamento come quello di   «simulazione gara» dove possiamo avere intermedi tra risalita e risalita, oppure anche tra porta e porta, quindi se prendiamo per ogni discesa un minimo di 6  intermedi (start/prima risalita - risalita/risalita - risalita/finale) più il tempo totale avremo una serie di dati per ogni discesa che possiamo confrontare tra loro per ogni prova. Se poi su 3 o 4 discese scegliamo il tempo migliore per ogni intermedio e li sommiamo avremo quello che chiameremo «target time» (TT) . Questo dato ci darà il vero potenziale di quell’atleta su quel percorso. Mettendo questo dato a confronto con il migliore tempo realizzato sul percorso intero dallo stesso possiamo ottenere la percentuale di «Potentional Improvement» (PI).
Un altro dato interessante è quello di far fare all’atleta il percorso diviso in sette parti per andare a scoprire la massima velocità che si potrebbe fare su ogni tratto se preso singolarmente e una volta comparato con quello che invece è l’intertempo sulla prova lunga ci farà capire la percentuale di differenza con cui lo stesso atleta affronta il percorso lungo e quello breve idealmente nelle migliori condizioni fisiche e tecniche. Questo è un elemento molto utile per calcolare le strategie da suggerire agli atleti in gara. Raffrontando poi uno con l’altro riusciremo a capire anche quanto può incidere la preparazione fisica e quanto viceversa incidono strategia, coscienza e determinazione al fine di una manche perfetta (The Ultimate Run - famoso titolo del libro di Bill T. Endicott ).

Se noi prendiamo i dati riportati nella foto in apertura,  che si riferiscono a una allenamento di simulazione run fatto da  Raffaello Ivaldi in C1,  possiamo vedere:

- la percentuale di distacco dal miglior K1 -  4,0%;
- il Potential Improvement  - 2,1%;
- il maggior distacco negativo è nelle prime 4 porte (se questo dato viene poi messo a confronto con tutte le prove che si fanno nel corso della stagione o di un periodo specifico, possiamo capire se diventa una costante oppure se è un fattore determinato magari da una combinazione particolare solo in quel determinato percorso. Se la cosa si ripete abbiamo elementi interessanti da analizzare e capire); 
- dopo poco più di 60 secondi di gara c’è ancora un distacco negativo importante in un tratto di acqua facile che avvantaggi sicuramente i K1 rispetto ai C1 (idem per quanto sopra specificato tra parentesi).                                 


Se poi tutti questi dati li raggruppiamo su una tabella complessiva riportando tutte le prove per questo tipo di allenamento possiamo avere degli indicatori precisi  che ci vanno a monitorare l’atleta stesso nel corso della stagione o degli anni (TAB. 2). 


TAB. 2




A conclusione sottolineo e ripeto il fatto che non dobbiamo mai prendere i tempi e  legerli in modo  asettico  e magari solo matematicamente. Questi elementi viceversa hanno una loro profondità nel farci capire bene i punti chiave su cui lavorare.

Occhio all’onda!

Cambio mano


Mi piace immensamente la riflessione dell’amico Antonio Armosino che tra le altre cose dice:

 « …Io non ci sto neppure a questo.
Io guarderei più in basso.
Io guarderei a noi.
Se vedo come parcheggiamo,
come usiamo le nostre strade (a piedi o in macchina),
come usiamo o NON usiamo i nostri cestini….
se vedo come usiamo il nostro posto di lavoro,
se vedo quante volte ci ricordiamo di chi ci paga realmente lo stipendio....
Se vedo con attenzione tutto questo io,
per tutto l’oro del mondo, vorrei mai e poi mai essere il capo di gente così.
Altro che vitalizio » .


Non vorrei essere quindi il buon Mattarella in questo momento così incerto sulle sorti del  leader che dovrà guidare il nuovo  governo, ma noi dobbiamo occuparci a  fare al meglio il nostro lavoro ed essere coerenti ed operativi come sempre, inutile perdersi in se e ma, perché così si fa poca strada. La positività e l’energia deve essere contagiosa solo così possiamo aspirare a vivere intensamente i nostri anni su questa terra.

Sempre aperto il grande dibattito sul cambio lato di pagaiata nella canadese femminile. Problematica però che sembra  anche interessare i colleghi uomini. Avevo già scritto che in occasione degli Australian Open il campionissimo David Florence aveva cambiato lato ben tre volte nelle sue discese di semifinale e finale. Cosa che avevamo visto fare anche al transalpino Martin Tomas che ha come lato principale il sinistro, ma nel corso della finale ha        «switchato» per il lato opposto. Il francese ha fatto registrare pure il miglior tempo peccato per lui le due penalità di troppo (porta 1 e porta 10), che lo hanno collocato in quinta posizione nella gara vinta dal campione olimpico Denis Gargaud. Incuriosito della cosa pure Raffy sta provando a cambiare quando è decisamente più veloce fare una combinazione sul lato opposto, anche se il veronese, in forza da qualche mese alla Marina Militare, lo utilizza soprattutto per velocizzarsi nei tratti diritti dove i sinistri riescono a spingere meglio la loro canoa.  Vedremo nel futuro i successivi sviluppi.

Le donne in canadese, viceversa, lo usano costantemente e qui però c’è chi, questo cambio di mano, lo sa far sfruttare anche per agevolare la rotazione, chi invece la rotazione la blocca proprio per passare a pagaiare sul lato opposto. Guardando soprattutto Jessica, che ritengo in questo momento due spanne sopra tutte le altre sue avversarie in questa specialità,  il cambio mano diventa un momento decisamente positivo per la sua azione propulsiva, infatti avviene solo dopo aver spinto la barca avanti e mai da una manovra di rotazione o di mezza pagaiata. Questo le permette di mantenere e dare velocità alla barca oltre al fatto di  avere momenti di recupero che vengono sfruttati per mettere a punto la rotazione nel passaggio aereo della pala.  La sottile alchimia è saper sfruttare il passaggio per recuperare e per ruotare senza perdere velocità e contatto con l’acqua. 
La differenza con le altre è la scelta del tempo in maniera perfetta, non ha cioè tentennamenti che invece si notano in altre atlete.  Tutto ciò le è possibile grazie all’enorme equilibrio che questa atleta ha sulla barca.  Equilibro che probabilmente arriva dalla sua acquaticità acquisita fin da piccola, ma se ci si pensa lei non fa altro che rispettare il principi della bicicletta che non sempre devi pedalare se il mezzo comunque sta andando. Molto spesso si vuole forzare troppo la mano puntando sulla frequenza, mentre è una azione pulita e decisa che porta la nostra canoa ad essere veloce e in mezzo alle porte.

Occhio all’onda! 


PS  - nel prossimo post parliamo di TARGET TIME -

Magia di un sorriso

L’infinita tenerezza  di una tartaruga che esce dall’uovo e scavando nella sabbia riemerge per raggiungere istintivamente il mare ti fa capire che la vita è magica e sublime. Ti accorgi di sorridere timidamente e senti dentro di te una forte emozione per quel piccolo simpatico essere vivente che ti fa venire i brividi quando la prima onda lo travolge, come se il mare volesse da subito metter in chiaro chi comanda.
L’infinita dolcezza racchiusa  in quel fiore marino contrasta con la potenza di un Oceano che accoglierà ancora una sua creatura. Lei così piccola, indifesa e impaurita capisce giusto in quel momento tutto ciò che le aspetterà. Impavida però non ritorna, lo farà forse un giorno, come ha fatto prima di lei sua madre, e si lancia sicura in quell’Oceano che l’abbraccia a questo punto senza più esitazioni.
Poi il mio sguardo cerca di seguire a più non posso la piccola tartaruga che viene portata via da una corrente che sta sotto le onde più grandi. Cerchi di capire se torna verso la spiaggia, vorresti prenderla e proteggerla, vorresti fermarla un attimo e raccomandarle di stare attenta, di ripararsi dai predatori, di cercare la mamma, di restare in gruppo che così si è più forti. Ti guardi attorno e il mare spazza via tutto con un’altra onda e per lei la grande avventura della vita ha inizio... parodia della vita!


Poi d’incanto ti trovi a nuotare in mezzo all’Oceano in una barriera corallina che trasforma  i colori in mille sfumature di azzurro e lì guardando il fondale ritrovi cresciuta la tartaruga che pacifica « vola » in quell’oasi del mondo che stenti a capire e collocare in questo universo, eppure esiste.  Come esiste l’eleganza di altri  mille ed oltre diversi esseri viventi che ti mettono allegria facendoti apprezzare le bellezze del mare. C’è   il polpo trasformista, i pesci juventini,  i molluschi e coralli dai colori che neppure disegnandoli riesci a riprodurre.
La sera ti regala ancora emozioni seduti sul divano accompagnati da una  chitarra  e da una dolce voce che rafforza, se mai ce ne fosse stato bisogno, un’amicizia sincera  nata per caso e cresciuta  anche dalla lontananza. 

Ma la mia vera grande  bellezza è racchiusa  in una donna tra il chiaro e lo scuro che si muove magistralmente su parole e musiche dolci e amare, vestita con la lucentezza dei colori che ci hanno inghiottito, frastornato, caricato e accarezzato e accompagnato in una vita corsa via veloce e colma e ricolma di emozioni: la magia della vita è sempre in un sorriso, in uno sguardo e in una parola dolce e carina che mai è mancata e spero mai mancherà!
 

Occhio all’onda!






Gare spunto per analisi


Il fattore casa è sempre più evidente e  più il livello cresce e più questo elemento diventa predominante. Infatti avere  3 K1 australiani in finale agli "Australian Open" non si era mai visto  prima. Se a questo aggiungiamo il fatto che Lucine Delfour, pur forte slalomista franco-australiano, vinca distaccando il secondo e il terzo  di oltre 5 secondi la cosa ci lascia chiaramente capire che gareggiare sul proprio canale e in uno stato di forma perfetto avvantaggia non poco. Considerando inoltre il fatto che in finale avevamo campioni del mondo e olimpici. Volete la conferma? Prendiamo la finale della canadese monoposto femminile dove qui le Aussie sono ben il 50%. Stratosferica poi la prova di Jessica Fox che ferma i cronometri a 106,81. Tanti per capirci questo tempo le sarebbe valso l’argento nel K1 donne dietro solo a… « lei medesima » davanti cioè a Riccarda Funk! Giusto per restare in tema medaglie le prime tre in canadese sono australiane (Jessica Fox, Noemi Fox e Kate Eckardt), mentre nel Kayak femminile le medaglie sono due. La vera sorpresa di queste gare, ma soprattutto per le prove di selezione australiane (gli Australian Open valevano come selezione) è Kate Eckhardt classe 1997, allenata da Myrian Fox, che con i suoi due bronzi nelle due diverse specialità ha dimostrato di aver fatto un grande passo avanti fra i paletti dello slalom. Lei,  che ha seguito le orme del papà Peter, 20esimo ai Giochi Olimpici di Barcellona 1992 in C1 slalom, arriva a mala pena ai 50 chilogrammi e forse al metro e 55, ma di grinta e voglia di far bene ne ha da vendere.  Nel 2014 proprio qui ai mondiali Junior fu seconda dietro ad Ana Satila poi l’anno successivo in casa della brasiliana a Foz do Iguaçu prese un bronzo nel  C1 Junior.
Le gare portano sempre punti su cui riflettere, uno di questi è il fatto che a distanza di un anno esatto David Florence (si veda quanto da me scritto in quell’occasione cliccando qui)  si è ricreduto sull'utilizzare il debordè in  tutte le risalite con il cambio mano, ma non si è fermato qui.  In realtà il campione britannico, sarebbe più corretto scrivere scozzese,   ne ha tirata fuori un’altra dal cilindro del mago… Quest’anno il dottore in matematica e fisica nonché pure in giurisprudenza ad  honoris causa ha pensato bene di utilizzare la pagaiata in relazione a quello che teoricamente potrebbere essere il lato favorito.Ovviamente, ma secondo me solo teoricamente, ci sono combinazioni o porte medesime che potrebbero essere migliori per un destro o per un sinistro. Ad esempio nella semifinale e finale degli Australian Open parte a pagaiare dal suo lato e cioè a destra  e arriva fino a poco dopo la porta 10 pagaiando sempre dalla sua e mettendo in acqua solo 4 debordé. Tanto per avere un paragone nello stesso tratto Benus, anche lui destro, il debordé lo usa 9 volte facendo la combinazione 3/4 diritta, mentre Florence sceglie la retro, probabilmente per evitare proprio di incrociare.  David prosegue quindi fino dopo l’uscita della 15 pagaiando a sinistra, momento in cui torna dal suo lato per preparare la successiva risalita 17. Arrivato a metà buco e prima di entrare nella 18 a sinistra cambia mano e terrà questo lato fino alla fine della gara piazzandoci pure un debordé sul lato opposto.  Sempre per avere un confronto Benus di debordé nella seconda parte ne piazza ben 20.  Consideriamo che le due prove tra Benus e Florence sono praticamente due fotocopie con 99,69 per il primo e 99,89 per il secondo. ll 50 dello scozzese alla risalita 18 non influenza assolutamente l’analisi e il confronto tra i due. Le conclusioni che si possono trarre sono molteplici, tanto più se consideriamo  il fatto che parliamo di un campione già affermato e che per mantenersi ai massimi livelli ricerca sempre stimoli nuovi. Forse è proprio questa sua continua ricerca che gli permette di mantenere vivo l’interesse di mettersi in discussione a livello agonistico. Sinceramente credo che tecnicamente un C1men  possa essere efficace ed efficiente tanto quando utilizza il suo lato di pagaiata  o il debordé.

Le gare viste nell’ottica azzurra ci hanno portato delle conferme e delle certezze. Infatti abbiamo atleti nel kayak maschile e nella canadese monoposto che hanno tempi da finale e che le penalità o semplici e banalissimi piccoli errori possono farli passare all’ultima fase di gara oppure li possono lasciare fuori senza possibilità di replica. Il fattore determinate per questi atleti sarà la grande capacità di saper lottare fino alla fine senza aver paura di ottenere un grande risultato. Per il settore femminile con Stefy Horn non in gara c’è ancora molto da costruire prima di essere potenziali finaliste.

Occhio all’onda! 



Per fortuna che Jezek era presente alle gare australiane per collaborare con l'organizzazione che come sempre è molto scarsa. Si pagano 90 dollari per atleta gara e non si ha nulla in cambio neppure una bottiglietta d'acqua! Per non parlare dei servizi annessi e connesi che sono praticamente e totalmente assenti.

Il podio Under 23 della C1 men

 

La fermezza del movimento

Il week-end porta sempre beneficio a tutti. Ad esempio a me ha insegnato a preparare il tè e mi ha regalato una massima di Murat. 
Ignorantemente o forse pure per casualità versavo  l’acqua calda dal boiler nelle tazza e successivamente ci cacciavo dentro la classica bustina. Bene, non si fa così! Si mette prima la bustina nella tazza, poi si avvicina la stessa al boiler e si fa cadere al suo interno l’acqua calda che deve arrivare giusto a filo della tazza. Prima di poter farne uso devono passare diversi minuti, solo dopo si potrà pure procedere ad una mescolata e quindi alla sua degustazione. La mia insensibilità però non mi fa apprezzare la differenza di preparazione nel momento del consumo che per qualcuno, mi dice, è effettivamente notevole. Non me ne vogliano i veri cultori di questa bevanda in uso nell’antica Cina fin dal III secolo per arrivare poi in Inghilterra intorno alla metà del 1600, ma il mio palato è poco affine e avvezzo a tali estreme finezze. L’unica vera bevanda di questo genere che apprezzo molto è una sorta di tisana alla liquirizia che la mia mogliettina mi prepara qualche sera d’inverno davanti al focolare, magari guardando per l’appunto l’ultima serie di « The Crown » giusto per stare in tema.
La massima di cui vi parlavo invece è di  Murat Erdemsel, chi è costui per chi non balla il tango? Definirlo un maestro di tango potrebbe essere decisamente riduttivo, potrei aggiungere artista del movimento e dell’immagine, viste le sue opere pittoriche e fotografiche. Sottolineerei di lui però l’aspetto prettamente illuminante e rivelatore che può avere nelle persone grazie ai suoi tratti gentili e ammalianti, con la sua verve, con la sua armonia e soprattutto con la sensibilità infinita verso la musica e la danza. In sostanza al termine di un workshop con lo sfondo un magnifico oceano e con tutti gli allievi che lo circondano dice: « si pensa e si è sempre detto che l’essenza del tango è la camminata, ma…» (in inglese ha usato per camminata  traveling che rafforza magicamente l’immagine di un  tango che effettivamente ti proietta in un’altra dimensione).

« ma… » fiato sospeso con Murat al centro e con lui Sigrid, la sua compagna di tango, che mentre lui parla lo guarda come se avesse visto apparire Gesù all’improvviso,  prosegue: « in realtà il fulcro di tutto arriva però dallo stare fermi  racchiudendo  nell’abbraccio emozioni, dialoghi, sensazioni. In quel momento lasceremo spazio all'ascolto di tutto ciò che ci circonda sapendone cogliere tutte le varie sfumature.  Questo il tango te lo  può regalare solo se ti si lascerai libero». A questo punto attorno a Sigrid appare una aureola di luce che si rispecchia nei suoi occhi e lei, con un cenno di capo e un sorriso contagioso, annuisce con delicatezza a tanta scienza e sensibilità e le parole fermezza del movimento nell'abbraccio lasciano il segno anche in lei abituata a quest’uomo che dal cuore e con l'anima è capace sempre di elaborare concetti profondi e sinceri. 

Occhio all'onda! 

Iniziata la stagione agonistica 2018


E’ indiscusso che gli slalomisti sono personaggi particolari e  che hanno in comune il piacere di vivere la natura intensamente. Oggi ne ho avuto ulteriore conferma parlando con Ondrej Tunka (chi è lui lo sappiamo tutti vero? non serve specificare che è il campione del mondo in carica nel K1 slalom e che fa parte di quella scuderia corse seguita ed allenata da Jirj Prskavec senior). Ondrej  mi raccontava del mese passato in New Zeland a fare fiumi spostandosi da una parte all’altra con il  camper noleggiato per l’occasione con  l’amico Lukáš Rohan figlio di Jirí Rohan (anche qui inutile sottolineare che Jirí è due volte vice campione olimpico in  C2 con Simek e che finita la stagione competitiva è entrato a far parte dello staff tecnico nazionale che ha portato ai risultati che tutti noi conosciamo). Una bella esperienza quindi,  che dopo i successi internazionali,  gli ha regalato ulteriore carica per iniziare bene l’anno nuovo che porterà come tappa finale ai Campionati del Mondo di settembre a Rio de Janeiro sul percorso olimpico.  I cechi nel K1 uomini hanno già qualificato Tunka e Prindis, primo e secondo agli ultimi mondiali, mentre rimangono fuori e si giocano l’unico posto disponibile due personaggi del calibro di Jirj Prskavec (bronzo ai giochi Olimpici 2016 e Campione del Mondo 2015 individuale e a squadre) e Vavra Hradilek (argento ai Giochi Olimpici di Londra 2012 e Campione del Mondo 2013), senza parlare di un certo Lubos Hilgert e tanti altri giovani che alle selezioni ceche non avranno nulla da perdere se non il fatto di aver l’occasione della vita per entrare in una squadra che sta dettando legge per metodologie e tecnica. 
Mi sono perso perché in verità volevo annunciare il fatto che in pratica la stagione gare 2018 è partita con le due prove disputate proprio  nel paese dei kiwi. Sapete perché vengono chiamati così gli abitanti della Nuova Zelanda? Non per il succoso e gustoso frutto che da quelle parti si produce in grande quantità, ma per il volatile, piuttosto  bruttino,  ma con  una faccina molto simpatica che i neozelandesi hanno adottato come simbolo del paese e che si chiama proprio Kiwi. 
La  prima gara è stata fatta sul "Mangahao river" a Shannon un piccolo paesino disperso nella natura tra pecore e 1.500 anime che si dedicano a  curare i preziosi ovini  e per il resto del tempo vivono in pace con il mondo e con l'universo nel suo complesso.  Fiume facile, ma divertente se non altro per il fatto che ogni tanto si torna a gareggiare in mezzo alla natura e per risalire in partenza bisogna camminare su sentieri che non sempre costeggiano il fiume.
Nel Kayak femminile Katerina Kudejova si è imposta di nulla sulla giovane Camille Prigent fidanzata di Michal Smolen nonché figlia di  Marie-Francoise Grande che è l’attuale direttrice tecnica di tutti gli sport olimpici della canoa della Francia. E’ lei che in sostanza ha messo Richard Fox  a capo del settore slalom transalpino. I due sono legati da una lunga amicizia specialmente per il fatto che Papia, così conosciuta e chiamata da sempre la DT francese, ha gareggiato a lungo con la moglie di Richard e per l’appunto con Miryam Jerusalmi hanno vinto parecchio assieme. Se non ricordo male devono essere campionesse del mondo a squadre a Merano 1983, Augsburg 1985 e Savage 1989. Loro erano fisse poi due volte con Sylvie Lepeltier una con Anne Boixel.  Il marito Yves oltre ad essere stato un atleta di alto livello dello slalom è stato pure direttore tecnico della squadra francese per molti anni, poi rientrato nella sua regione a dirigere lo sviluppo giovanile che lo ha portato a far emergere Sebastien Combot. Tornando alla gara terza è arrivata l’argento olimpico Luuka Jones che dall’anno scorso ha pensato pure di mettersi in ginocchio. Non male la Jones che affettuosamente e vista la sua stazza mi da l’idea di una Indiana Jones in gonnella. La nuova zelandaese vince in C1 davanti alla britannica Hannah Thomas. Nel Kayak maschile il campione del mondo esordisce nel 2018 con una vittoria sul italo-austriaco Matthias Weger e sull’australiano Lucien Delfour, quarto Smolen. Qui tutti i risultati in dettaglio.
Non passano sette giorni e la comitiva si rinforza e si sposta sul nuovo canale di Auckland per gli "Oceania Championships" e la musica nel k1 donne non cambia: Kudejova sempre prima  e la Prigent sfila in terza posizione visto che Rosalyn Lawerence si infila tra le due. Jessica Fox paga un 50 pesante e in finale finisce ottava anche se distacca tutte di oltre 4 secondi di tempo. Jessica si rifà però in C1 che vince senza strafare e con una Jones decisamente migliorata in questa sua nuova specialità.  Nel kayak maschile  Tunka è quinto nella gara vinta da Lucien Delfour su Smolen e Biazizzo. Qui tutti i risultati.

Le prime due gare di stagione mettono in evidenza due cose. La prima è che ormai non si parla più di C2 e la seconda che tutti hanno ripreso alla grande dando grande importanza alla preparazione specifica in acqua. Pensate che a Penrith in Australia i cechi sono arrivati in 28 oltre a tutto lo staff tecnico e medico. I francesi neppure scherzano con oltre 20 atleti, inglesi presenti, siamo in attesa dei tedeschi annunciati in arrivo. Gli  slovacchi in gran numero, puntano molto sulla crescita femminile del C1, infatti Ontko è qui con le giovanissime atlete di questa specialità, mentre altre sono state portate negli Emirati. Insomma in Australia già si respira aria internazionale e questo pomeriggio grande sfida di calcio tra Italia e Repubblica Ceca... poi vi faccio saper come sarà andata! 


Occhio all'onda!