Emozioni sull'Oceano




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Dove sei vecchio amico di pagaia?


“Suonare e lottare... soltanto chi sogna raggiunge l'impossibile"


Questa la devo raccontare è troppo magica per godermela da solo o lasciarla nascosta nei meandri della memoria. Certe emozioni devono essere condivise perché qualcuno te le ha fatte vivere probabilmente per raccontarle e non solo per goderne isolatamente.

L’altro giorno finito l’allenamento con il gruppo dei kayak, mi sono cambiato per andare in canoa e mi sono incamminato in un sentiero che porta poco più a monte del percorso di gara. Si cammina con il kayak in spalle per poco più di mezzo chilometro immersi nella giungla costeggiando il fiume. Stavo andando ad allenare l’altro gruppo, quello cioè delle canadesi che da lì a poco sarebbero arrivate al punto prestabilito. Prima di mettere la canoa in acqua mi sono seduto all’ombra di una palma in attesa dell’arrivo degli atleti. Di fronte a me il fiume Paranapanema nella sua maestosità con questa rigogliosissima vegetazione che arriva fino all’acqua e gli dà una conformazione decisamente particolare. Il rumore della rapida che è sotto di me è forte, come è altrettanto forte il rumore della giungla. Ad un certo punto sono immerso nei miei pensieri e sento il suono di alcuni strumenti a fiato. Queste piacevoli melodie entrano in sintonia con il paesaggio che sto ammirando. Musiche che accompagnano i mie sogni ad occhi aperti. Subito penso che le note siano frutto della fantasia. Sto sognando, l’ho già detto, la realtà che sto vivendo e quindi penso in un primo momento che è abbastanza logico unirla a musiche sublimi. Poi mi guardo attorno non vedo nessuno. Apro bene gli occhi sono sveglio, cerco di allungare l’orecchio ed effettivamente le note di un Vivaldi nelle quattro stagioni erano chiare e forti. Un’immagine bella, forte, emozionante. La musica arrivava dalla scuola che c’è proprio sopra al fiume dove ogni giorno fanno tappa molti giovanissimi che imparano a suonare avvicinandosi alla musica classica. La cosa strana è come potesse arrivare fino a lì il suono, probabilmente il vento ha contribuito non poco a impreziosire quel momento magico. Come magico è stato poi trovarmi con una decina di C1 e tre C2 a giocare su onde e riccioli cercando di trasmettere a tutti i miei ragazzi l’idea di percepire dentro di sé lo scorrere di così tanta energia. Ad essere sincero un kayak lì stonava un pochino, ma purtroppo la mia anima e la mia abilità canoistica si è sviluppata da seduto. Avrei voluto che lì ci fosse il mio amico Mauro che un giorno ad Augsburg mi disse che lui aveva un sogno, quello cioè di seguire un giorno tanti giovani C1. E il pensiero mi si è focalizzato su queste parole, sulle tante ore passate assieme a pagaiare lui in ginocchio sul suo C1 e io seduto sul mio K1. Tanti bei momenti, tanti discorsi profondi e tanti sogni nel cassetto...perché caro vecchio Amico di pagaia ti sei fatto prendere dalla routine e hai massacrato i tuoi sogni?

Occhio all’onda!

UN SANTO NATALE A TUTTI

Un oceano verde


Per arrivare a Piraju da Foz do Iguaçu ho navigato in un mare verde seguendo la conformazione del terreno. Niente viadotti. Le colline si seguono fedelmente, si scende e poi si sale repentinamente. I tuoi occhi si perdono nel verde dove si alternano coltivazioni di soia con vigneti, protetti dai teli anti-grandine, frutteti , mais, canne da zucchero e banane. Poi passi qualche città come Cascavel, Maringà, Londrina, Ourinho, velocemente le superi e ritorni ad immergerti nel profondo di questo oceano color smeraldo. Ovunque è coltivato, ovunque tu possa arrivare con la vista è verde. Non si perde neppure lo spazio attorno ad alberi maestosi che fiancheggiano molto spesso il ciglio della strada. Tu osservi sotto e ti accorgi che è sfruttato anche quello spazio, quasi non si volesse perdere nemmeno un metro quadrato di area produttiva. Quasi come se mancasse lo spazio: sembra di essere sul poggiolo della Mariagrazia, mia suocera, che sfrutta ogni centimetro per le sue piante che nel massimo rigoglio si espandono a mo’ di giungla tropicale. Non ti annoi nel viaggio, in strade che molto spesso sono solo con una via per andare e una via per tornare e i camion anche qui sono in gran numero. Non ti annoi perché hai mille cose da guardare che escono dal tuo comune, dalla tua idea degli spazi. Qui ti devi riprogrammare, ridimensionare su un’altra scala. C’è questa morfologia del terreno fatta di tante colline che ti portano a salire e poi a scendere su strade che sembrano essere disegnate da Euclide tanto sono rette. Poi lungo la strada capisci dove vengono utilizzate quelle macchine agricole che vedevo da piccolino alla fiera dell’agricoltura a Verona. Mi chiedevo spesso dove si potessero mai utilizzare mezzi che hanno ruote grandi come camion e bracci lunghi come piscine olimpioniche. La risposta la immaginavo, ma fino ad oggi non mi potevo rendere conto di queste dimensioni, di questi infiniti spazi. E viaggiando vedi questi mostri enormi all’opera che passano per chilometri e chilometri sui raccolti di frumento e quant’altro. Lì in mezzo sembrano formichine intente a procurarsi il cibo per l’inverno.
Lungo la strada, ad interrompere il verde, le cooperative agricole dove evidentemente arrivano i prodotti per essere lavorati o spediti con camion che viaggiano producendo un fumo nero da paura e ad una velocità che difficilmente supera i 60 km all’ora. Il cammino ogni tanto è interrotto da stazioni di controllo della polizia “rodoviaria”. Ti fanno fare una “chicane” tra coni bianchi e arancioni sbiaditi dal sole per ridurre la velocità. Passi così a rallentatore davanti ad una sorta di casello. Poi magari ti fermano per dare una sbirciatina dentro l’auto a seconda di come gira o di cosa ispiri a poliziotti con divise inamidate e con i fucili a pompa.
Dopo poco più di 700 km. arrivi a Piraju una cittadina a quasi 700 metri sul livello del mare caratterizzata dal lago che si è formato dalla diga che ti accoglie all’entrata in città. Giusto a valle c’è un centro sportivo realizzato dalla municipalità con bungalow, campi sportivi; c’è anche lo skate park e ovviamente sul fiume il campo da slalom attrezzato. Noi siamo qui per i campionati nazionali: ultima gara dell’anno, poi qualche giorno di vacanza per festeggiare il Santo Natale e l’anno nuovo e si ripartirà il 5 gennaio con la squadra permanente a Foz do Iguaçu. Obiettivo unico: crescere tecnicamente e fisicamente, creare un gruppo capace di dare vita alla nuova visione dello slalom brasiliano per entrare tra le nazioni che contano a livello mondiale. La sfida in Italia era riuscita, così come in Spagna ora è tempo del Brasile!

Occhio all'onda!

Un ritorno al passato



Domenica riposo e allora qualche spesa in Paraguay con Douglas e Teco. Il primo è il tutto fare del centro dove viviamo e il secondo è un giovane kappa uno dalle buone qualità atletiche e da una volontà di ferro. La domenica è la giornata ideale perché i negozi da quelle parti sono aperti fino alle due e non c’è la ressa di sempre. Avevo bisogno di una borsa nuova e ho optato per uno zaino comodo da trasportare e leggero, considerando che da queste parti si fa parecchia strada in bus e i trasferimenti a piedi non mancano quasi mai. Quindi che cosa c’è di meglio del vecchio zaino da alpino? Saranno fieri i miei amici Manciu e Alessandro che in gioventù sono stati ufficiali negli alpini e che oggi non mancano quasi mai alle adunate annuali. A loro va aggiunto il mitico Picchio, mio cognato, uomo di montagna per vocazione e anche lui alpino di “soca”!
Il mercato ora è invaso dai troller di ogni specie e razza. Con due ruote che, una volta inclinato, tiri, oppure con quattro che invece spingi all’altezza del corpo e ti precede quasi come il più fedele amico dell’uomo. L’inconveniente di tutto ciò però è che quando viaggi in aereo la povera borsa con le ruote viene lanciata e sballottata ovunque con il risultato che la comodità dell’ingranaggio rotante viene meno. E poi lo zaino, è inutile nascondercelo, ha il suo fascino. Quanti sogni entrano in lui e quante testimonianze può portare nella sua lunga storia? Lo zaino è come Parigi nel senso che lo zaino è sempre lo zaino anche se le diavolerie moderne hanno cercato di togliergli attenzione. Ci sono un sacco di tasche in cui ci fai stare le cose più disparate. Ad esempio se prepari lo zaino per un viaggio ti viene in mente che non sarebbe male portarsi via anche una borraccia termica. Quando mai ti verrebbe in mente se invece prepari una valigia? Beh! poi nello zaino non può mancare il sacco a pelo, anche se qui, con il caldo che c’è, sarebbe in più. Ma ti viene da pensarci. Non uno zaino serio se non ci si mette un coltello mille usi, non ci sta neppure male una torcia elettrica. Ecco il quadro è completo.
Il mio è un ritorno al passato, quando ad accompagnare le mie trasferte era il vecchio zaino della Ferrino turchese che ovviamente conservo gelosamente a casa in Italia. Quante belle escursioni in montagna e quanti ricordi legati ad un semplice oggetto.
Ero passato anch’io alla borsa con le ruote in tela grossa. Mi ero convertito in Cina dove si trovavano a poco più di 20 euro, ma che regolarmente arrivato a casa mi veniva “sottratto” da qualche mio amico, attratto dalla forma e dalla comodità della stessa, con la scusa che tanto io sarei tornato nel continente dei musi gialli! Ed in effetti così è stato, ma l’ultima mi è durata fino al mio arrivo qui in Brasile dove praticamente si è aperta in due proprio dove c’erano le ruote. Sì, esattamente dove una volta si trovavano i marchingegni ruotanti che nell’ultimo viaggio mi hanno abbandonato. Ecco quindi spiegato il grande ritorno al passato con lo zaino. Ne ho preso uno con capacità 80 litri, tutto nero anche se per la verità mi sarebbe piaciuto un turchese molto chiaro, ma poi, pensando a ciò che lo aspetta, ho preferito restare su colori che, come dice sempre la mia mamma, “tengono… lo sporco”! E allora via per nuove avventure alla scoperta di un Brasile che ha tanto da raccontare e da farsi raccontare, speriamo solo di esserne all’altezza.

Occhio all’onda!

Microfoni con il dubbio


Le docce in Brasile sono strane. Hanno il microfono molto grande e per scaldare l’acqua ci arrivano direttamente due filetti di corrente; nella mia si vede il rame che entra nel morsetto. E’ normale poiché le ho sempre viste così da queste parti. La cosa strana è che a lato di dove esce l’acqua c’è un tubetto che sarà lungo poco più di un metro che penzola e che ha su un lato un apposito aggancio per evitare che dia fastidio durante il lavaggio. Ora mi sono sempre chiesto a cosa servisse esattamente, ma intimorito dai fili di corrente e se vogliamo da un certo terrore associandoli con l’acqua, mi sono sempre guardato bene di toccarlo cercando di restare a debita distanza. Non so perché ma, oggi, mi è tornato l’amletico dubbio: “a cosa servirà mai sto pezzo di gomma?” Mi sono concentrato ho cercato di capire bene da dove uscisse, ho osservato con la massima attenzione dove entrasse la corrente, ho perlustrato con lo sguardo ogni angolo, anzi ogni rotondità visto che non è quadrato, ma per l’appunto rotondo. Quindi dopo questa attenta analisi ho appurato che non aveva niente a che vedere con l’elettricità. Sono arrivato anche a pensare che potesse essere una specie di salva vita in caso di scarica improvvisa. No! Sicuramente ha un’altra funzione e quindi mi sono detto che ero pronto a toccarlo per cercare di capirne qualcosa. Sensazione strana: al tatto era un tubicino di gomma bianca come ci si poteva immaginare. All’estremità un affarino in plastica e al centro una sorta di leva. In un attimo mi si è aperto un mondo, ma vuoi vedere che è una sorta di doccetta! Tutto coincideva con questa possibile soluzione: esce da una parte laterale del citofono (termine tecnico per definire da dove sgorga l’acqua), non ha contatto con nessun’altra parte del meccanismo elettrico per scaldare l’acqua, non ha altre controindicazioni e neppure particolari accorgimenti scritti sullo stesso o sulle pareti della doccia; quindi... mi sa che è proprio un semplice tubo d’acqua che ti aiuta a risciacquarti nelle parti più intime o per arrivare bene sotto il ginocchio. Alternativa utile anche per le signore per lavarsi senza la preoccupazione di bagnarsi i capelli, eterno dilemma del gentil sesso. Quindi a questo punto, armato di coraggio (ero anche preparato al successivo passaggio) ho aperto il rubinetto e ovviamente l’acqua scendeva dalla doccia, ma la protuberanza invitava ad essere tirata. Si lo so, sono una sorta di eroe e, ormai senza più paura e timori, l’ho tirata! E’ uscita in una attimo l’acqua: mistero svelato, è uno scroscio d’acqua che ti facilità la vita!

Occhio all'onda!

Dos por Cuatro!




Mi sono fatto un’idea del Tango passando un po’ di tempo con gli argentini e soprattutto “paseando” per la loro terra. Arrivi a Bueno Aires e tutto ti parla di questa danza che è stata riconosciuta dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Non fai in tempo a scendere dall’aereo che già dal tunnel che ti guida nel terminal trovi cartelli inneggianti a questa danza. Entri obbligatoriamente nel duty free shop e i souvenir di ballerini in pose plastiche sono ovunque. Per non parlare di portachiavi, magneti, posacenere, apribottiglia, taccuini, magliette, foulard, ventagli con le effigi di ballerini rigorosamente in nero, lui e in rosso, lei! L’istinto, ma non solo, ti dice che sei nel posto giusto. La capitale dell’Argentina traspira delle note di quella musica passionale che sta alla base della danza milonghera. In ogni angolo, in ogni strada nei bar, nelle taberne si “escuchar” note di ballate conosciute che qui effettivamente sono la colonna sonora nel muoversi all’interno di una città maestosa. Si legge la parola Tango, anche nei menù delle pizze. Poi piano piano ti allontani dalla città in direzione sud del paese e ti accorgi che il tango non è così popolare come ti immaginavi che fosse. A Mendoza mi rendo conto che sono in astinenza da Milonga da oltre due settimane da quando cioè è iniziata la mia avventura fuori dall’amata Patria. Considerando il fatto che ci devo passare la notte confido però nella buona sorte, speranza rafforzata dal fatto di essere in Argentina che per antonomasia è la terra promessa anche per ballerini da strapazzo come il sottoscritto. Entro in taxi e mi faccio accompagnare in un hotel a scelta del mio conducente con l’unica clausola che sia vicino a quella che io immagino esista senza assoluto dubbio e cioè la sala da ballo per il tango. In auto mi immagino di ritrovare e rivivere le stesse emozioni che mi aveva trasmesso Buenos Aires. Dall’aeroporto al centro di Mendoza ci sono poco più di 10 chilometri e per poco più di 5 euro arrivo in piazza Espana dove il mio taxi mi scarica indicandomi un paio di hotel. Mi dice che sono proprio dietro al barrio peruviano e lì sicuramente appagherò la mia sete di milonga... mi sembro il buon Silvio Prandi spesso spasmodico per le sue maratone di ballo settimanali, almeno come appare su Facebook. Metto lo zaino nella stanza 202, mi tolgo gli scarponcini e mi infilo le mitiche scarpe che il mio maestro mi ha regalato. Penso che così guadagnerò tempo e mi metto in strada seguendo le indicazioni di una solerte e gentile recepzionista. Da dove sono mi separano solo sette quadre e poi, una volta girato a sinistra, dopo altre quattro e mi troverò al “Tajanar” luogo, sembra, di milonga. Mi avvicino a passi veloci, anche perché le mie stesse scarpe sentono la necessità di esprimersi, e quando vedo la scritta mi si illuminano gli occhi. Davanti a me si appresta ad entrare nel locale un signore di mezza età che si infila la giacchetta accompagnato probabilmente dalla moglie e da un’altra signora più anziana. Mi nasce il dubbio che si tratti di un locale dove è richiesto l’abito elegante. Mi guardo per un attimo e mi rendo conto di essere in jeans e camiciola con le maniche corte di color orange. L’unico punto forte sono le scarpe... punterò tutto su quello in caso di discussione! Entro, ma mi accoglie il panico, vedo solo tavoli apparecchiati per la cena, sulla sinistra un palchetto con un monitor che passa immagini della città. Mi affretto a parlare con un tipo che sta dietro il bancone delle bevande e gli chiedo se c’è milonga questa sera. Il tipo mi sorride e mi dice che da sempre lì non si balla, ma ci sono esibizioni durante le cene e che se avessi voluto un tavolo avrei dovuto prenotare, con l’opzione di poterlo fare ora. Sorvolo sull’offerta e gli chiedo dove poter ballare, ma ahimè non ricevo nessuna informazione utile. Esco fuori dal locale, abbattuto ma non rassegnato. La notte era ancora lunga e sei mai ci fosse stato un luogo dove ballare lo avrei certamente trovato. Mi piaceva l’idea che se lo avessi fatto avrei ballato contemporaneamente con Amur, che sapevo al Mascara. Sarebbe stato come ballare assieme solcando a suon di passi ochos e boleos la distanza, solo fisica, che ci separava tra un continente all’altro… ecco la vera forza che mi spingeva ad accelerare la mia ricerca. Quindi: chi meglio di un taxista può conoscere luoghi, locali, piazze e quant’altro possa esserci in quel posto? Ne blocco uno al volo e non esito a salire a fianco del posto di guida, il tipo rimane leggermente sconvolto, ma non gli lascio tempo e gli spiego il mio problema. Il taxista si tranquillizza e mi porta su una lunga strada dove ci si trova per mangiare e per bere una cerveza ghiacciata. Nel tragitto di poco più di 10 minuti mi fa un sunto sulla filosofia che guida la gente di Mendoza: per ballare il tango è presto, non devo pensare di essere nella capitale e aggiunge: “ah la vida en Buenos Aires hay otra vida aquí es tranquilo corre” Come se si potesse correre tranquillamente nella vita! Ma prendiamola per buona e una volta sceso dal taxi non seguo il consiglio del mio buon cicerone. Per bere una birra bisogna essere almeno in due, come per ballare il tango e ritorno ad agitarmi. Il mio black-berry ad un certo punto inizia a mandare segnali di fumo... sta ricevendo e-mail, mi guardo attorno e sapendo che non ero collegato sulla linea telefonica mi rendo conto di essere in copertura wi-fi. Estraggo il bianco salvatore e inizio a navigare in rete e mi rendo conto che sto proprio di fronte ad un internet point che sta chiudendo. Cerco affannosamente il sito che il mio buon maestro mi aveva mandato, ma nulla. Il tipo all’interno del locale sta spegnendo le luci e seguendolo con un occhio, con l’altro fisso lo schermo del telefono per vedere se si carica la pagina, attonito noto un lungo dito che sta per cliccare sul modem che mi tiene legato ancora all’ultima speranza di muovere quattro passi di tango dopo una affannosissima ricerca. Inesorabile il dito del tipo raggiunge il pulsante e dal mio apparecchio esce un suono acutissimo... è il segnale che non sono più in copertura. Guardo, questa volta con tutti e due gli occhi, il mio monitorino c’è una mezza pagina caricata del “diario de tango de Mendoza” ma arriva solo al dia 20 novembre, oggi è il 24... porca vacca non si è caricata tutta e non saprò mai dove c’è Milonga! Faccio ancora un ultimo tentativo: blocco un altro taxi. Stessa scena: salgo a fianco del posto di guida, gli spiego il mio problema, il tipo mi guarda con sospetto, poi si rilassa e mi porta in calle Perù davanti a “Botegon de Tango” . Mi illumino, faccio per scendere, ma il taxista mi ferma... è tutto chiuso lo stanno restaurando. Rassegnato e molto triste, lascio andare il mio taxi, mi avvio verso l’albergo che raggiungo camminando in poco più di 20 minuti. La receptionista è cambiata, mi consegna la chiave e ovviamente precipito nel sonno più profondo: c’è chi affoga i dispiaceri nell’alcool e chi invece ci tuffa in un letto a sognare l’amata! Mi sveglio di buon ora, faccio colazione, mi collego ad internet e scopro che il giorno 28 novembre ci sarà una milonga a Moròn al numero 216. Faccio due conti e mi rendo conto che quel giorno sarò nuovamente lì e quindi questa volta non perderò occasione per dissetarmi direttamente alla fonte. Quattro giorni volano! Se poi i tuoi occhi sono catturati continuamente da tutto ciò che ti circonda ti sembrerà di non aver vissuto il tempo: elemento forse inventato da noi poveri mortali? Questa è la sensazione che ho avuto ripercorrendo le vie di Mendoza alla ricerca della tanto sospirata Milonga, visto che rivivevo la scena di un film già vissuta. L’unica speranza era che forse stavo camminando nella stessa nottata di quattro giorni prima. Una notte lunga ed infinita e che non vuole tradirmi. Eppure le foto che ho scattato e le parole che ho scritto mi confermano il fatto di essere stato a San Rafael per i Campionati Sud-Americani, mah! Bene stessa trafila per arrivare in avenida Moròn. Fermo un taxi senza guardare se il suo conducente ha l’aria di tanghero o di presunto conoscitore di luoghi e orari di questo ballo, ma questa volta ho idee chiare e sono io a dare precise indicazioni con tanto di numero civico: 216. Imbocchiamo avenida San Martin che nelle ore trascorse qui è diventato il mio vero punto di riferimento. Tutto in questa città, al centro dell’Argentina, ruota intorno a questa strada lunghissima ed alberata. Poi la rivedrò di giorno quando andrò verso l’aeroporto e sembrerà un’altra strada. La notte ha il suo fascino, la notte è calda, ma nello stesso tempo ti lascia la speranza che comunque l’aria sarà più leggera in questa estate che per me sembra non finire mai... ci pensavo giusto oggi. Il tassista sa il fatto suo e in avenida San Juan volta deciso per non perdere il verde, strano perché normalmente è giusto l’opposto. Più tempo passi in macchina è più il tassametro gira. Quando sali sono 4 pesos e 50 cioè 70 centesimi di euro. Non molto in effetti ecco perché questo mezzo di locomozione è molto usato anche dai locali, al contrario di quando succede da noi in Italia. L’ultima volta che ho preso un taxi a casa deve essere stata quella volta in cui arrivavo da chissà dove in aeroporto e non me la sono sentita di chiedere a qualcuno di venirmi a prendere, tanto meno ad Amur che senz’altro era a scuola. E’ passato molto tempo comunque… forse cinque o sei anni. Entriamo in avenida Moron e il tipo mi richiede il numero civico. Io vengo assalito dal panico quando leggo sulle varie porte 206, 208, e poi il 210 è una concessionaria di auto, e mi rendo conto che regna il buio assoluto e mancano solo due porte. Il tassista si blocca e mi fa segno di guardare sulla porta: leggo 216, evidentemente al mio autista è ritornata la memoria e mi dice che sono 11 pesos e 90. Ne ho solo 10 più 5, gli lascio tutto e scendo molto preoccupato. Lui mi saluta, sgomma a parte. In un batter d’occhio mi trovo solo a chilometri e chilometri di distanza dalla mia casa, in jeans e solita camica orange, ma questa volta le scarpe non le ho indossate, ho preferito camminare con le ciabatte in previsioni di cocenti delusioni, sono nel loro sacchetto a rete... per questione di aerazione, anche se, per la verità, non soffro di bromidrosi plantare. Mi guardo attorno e riguardo il civico 216. In realtà il numero non è come tutti gli altri, ma è un cartoncino A4 con il numero scritto con un pennarellone grosso, come se si volesse far capire qualche cosa. Mi concentro e capisco che il numero si riferisce non al negozio che è a piano terra, ma ad una porticina sulla destra che dà l’idea di portare ad una scala. Esco dal porticato e guardo verso l’alto e vedo una sorta di locale, ahimè tutto spento. Le finestre sono aperte e escono delle tende rosse. Nel frattempo vedo due donne arrivare verso di me e non perdo l’occasione per chiedere se non sanno nulla su una presunta milonga e se mai in quel posto ne organizzassero. Le due signore, secondo me madre e figlia, entrano proprio a lato del 216 e aprendo il portoncino mi dicono che quella sera non ci sarà niente perché è festa nazionale e la milonga è rimandata. Mannaggia a questo punto è proprio destino: non ballerò il tango questo giro in Argentina! Torno in Brasile un po’ a malincuore per essere stato nella patria della musica che fa ardere la passione e che infuoca l’ardore con la mia Amata senza poter ballare. Tutto fila via liscio e la settimana passa veloce fino a sabato quando, invitati in Paraguay per una giornata di promozione degli sport con la pagaia all’interno di un Festival interculturale a cui partecipano varie associazioni, incontro Maria una ragazza di Corrientes una città a nord dell’Argentina, non vi dice nulla? E’ dove è ambientata la storia del “Console Onorario” un film di John Mackenzie e con Richard Gere e Michael Caine; però tutto ciò non centra nulla è che ho fatto un collegamento con la città: una associazione di idee... lasciamo perdere e vi dicevo della ragazza che ha sintetizzato esattamente la filosofia del tango:

“el tango es un asunto de Buenos Aires. Argentina no es el tango”!

L'ALBA DALLA MIA FINESTRA