Semplicità e fondamentali per aprire alla creatività

Lo slalom ha molte complessità ed è per questo che dobbiamo semplificare il tutto per far sì che il gioco possa diventare alla portata di tutti. Myriam Jerusalmi, madre e allenatrice di Jessica Fox, mi ricorda sempre che il nostro è uno sport molto banale considerando il fatto che  ti dicono cosa devi fare fin dalla partenza e cioè devi andare alla 1 poi alla 2 e così via fino all’ultima porta che porterà un numero compreso tra 18 e 25. Quindi sembra veramente facile basta seguire la progressione  numerica delle porte e chi arriva alla fine con meno penalità  e il prima possibile vince.
Siamo forse noi allenatori che a volte andiamo a complicare le cose con troppa teoria, che comunque passa attraverso un nostro filtro, e con mille sfaccettature psicologiche che non fanno altro che mettere in subbuglio menti e corpi che in certe situazioni si fanno facilmente influenzare da parole e atteggiamenti.  Quindi alla base di tutto ci deve essere semplicità condita con conoscenza e umiltà. A tutto ciò manca un elemento chiave e cioè la necessità di far ricercare di più  ai nostri atleti  la capacità di rispondersi considerando il fatto  che difficilmente noi possiamo avere per ogni singolo individuo la risposta corretta a priori.  Il processo di apprendimento motorio è complesso e decisamene personale e deve passare attraverso la sensibilità dello stesso atleta, altrimenti rischieremmo di creare magari anche bravi slalomisti, ma poco creativi e sensibili, qualità queste che per ottenere grandi risultati sono determinanti.
Partiamo dalla pagaiata che è il vero punto cruciale per lo slalom, considerando il fatto che tutto il resto non è altro che una sua  trasformazione ed adattamento. La centralità quindi del nostro andare dalla 1 alla 2 e così via è la propulsione, quindi è facile intuire che tutto il tempo che passeremo a lavorare su questo fondamentale non è altro che tempo guadagnato. Le cose potrebbero complicarsi se l’allenatore proponesse solo  ai propri allievi allenamenti fisici con cronometro invece di lavori, anche in gruppo,  con obiettivi tecnici facili e ben precisi. Se abbiamo detto che la pagaiata è la centralità del tutto, la pagaia diventa la sua essenza primaria. Quindi dobbiamo abituare i nostri atleti a ricercare risposte alle loro problematiche proprio partendo dal posizionamento e via via al  mutamento che la pala ha nell’acqua nel corso di determinate manovre e azioni. A questo uniremo la posizione del corpo e la relativa risposta della canoa. 

Occhio all’onda!

Ciao Claudio buon viaggio

"ciao gioia" è stato da sempre il primo impatto quando in Dogana incontravo Claudio e poi inesorabilmente mi diceva "Marina che bella donna come sta e la mamma? dille che domani passo a trovarla".  Claudio era così... esprimeva energia in ogni momento senza risparmiare forze  e sempre con quella sua voglia di vivere intensamente ogni momento dedicandosi agli altri con passione e con sincera amicizia. Sorrideva  in ogni istante ad una vita che purtroppo con lui è stata severa in questi ultimi anni.  Ce l’ ha portato via per farlo pagaiare chissà su quali fiumi a noi sconosciuti, ma che un giorno solcheremo assieme al nostro mito  che da sempre per noi era "Estremo" . L’Adige per lui non aveva segreti con quel  modo  tutto suo di scendere sulle rapide cittadine, anche in pieno inverno, disteso sull’acqua quasi  ne volesse far parte integrante: con il suo scafo praticamente rovesciato e solo testa e pagaia fuori dall’elemento liquido discendeva verso valle con infinita tranquillità e gioia.  Pronto a sostenere l’ultimo arrivato per trasmettergli quella immensa passione che ho avuto l’onore di condividere.  Ricordo quando ci siamo incontrati le prime volte per il corso di canoa, tanti anni fa e di acqua sotto in  nostri ponti  ne è passata veramente tanta e con lei mille ricordi di un Claudio gioioso e profondo nei sentimenti veri, concreto con idee e iniziative per il nostro mitico e unico Canoa Club Verona.  Eravamo particolarmente uniti perché Claudio è sempre stato estremamente disponibile proprio nei momenti del bisogno e della malattia. Ci ha sostenuti nelle difficoltà e ha avuto sempre una parola importante nelle decisioni che abbiamo dovuto prendere in particolare modo con la mamma a cui era legato da un grande affetto.  Oggi quindi per tutti noi è un giorno triste, ma lo  affronteremo con un sorriso perché è proprio questo che il nostro amico di pagaia ci ha trasmesso in questi lunghi anni con la forza della corrente.  Grazie Claudio e resterai con noi nei nostri racconti, nelle nostre serate in Dogana, nel nostro navigare l’Adige e nel trasmettere la tua passione alle nuove generazioni. Resterà il tuo sorriso e non ci dimenticheremo la forza  con cui hai combattuto fino all’ultimo respiro  un destino segnato, ma a cui non ti volevi arrendere: un ulteriore insegnamento di vita che ci hai trasmesso nel dolore profondo e che ci fa capire che ogni istante di questa esistenza va vissuto intensamente.

Occhio all’onda! mio caro Claudio 


foto di Carlo Alberto Cavedini 







Débordé magica manovra

Devo aver già scritto diverse cose sul débordé in qualche precedente post, ma voglio  approfondirlo ulteriormente alla luce anche dei riscontri che continuo ad avere seguendo e allenando i C1 uomini in particolare, ma guardando e studiando da vicino l’evoluzione della specialità nel settore femminile.
Questo incrocio di braccia sul lato opposto di pagaiata ha qualche cosa di magico e la  conseguente  rotazione che ne deriva è il sublime risultato di una manovra che permette al « ciunista » di ruotare così velocemente ed efficacemente come mai potrà fare  un K1 o come mai lo stesso atleta potrà fare dal suo lato di pagaita! La leva, la postura e il peso concentrato al centro della canoa, permettono di mettere in essere un movimento motorio pressoché perfetto. Ecco perché lo stesso David Florence sta allenando anche il suo naturale lato opposto di pagaiata (quindi a sinistra) per arrivare un giorno ad affrontare tutte le risalite in debordè, cosa già vista fare a Fabien Lefevre  o a Dennis Gargaud già diversi anni fa (si veda Bratislava campionati del mondo 2011 risalita a destra sotto Niagara Fall). Dai riscontri cronometrici tra un C1 destro e uno sinistro ci sono dati chiari che i tempi sulle risalite in débordé risultano essere più veloci, non sempre, ma spesso. C’è un maggior controllo in ogni momento del movimento, mentre in aggancio molto spesso si ha la tendenza di forzare troppo il gesto con la conseguenza di interrompere una rotazione della  canoa in modo brusco. Troppa confidenza sul proprio lato porta a non pensare o a non ascoltare  il gesto stesso. Nel débordé viceversa c’è una grandissima consapevolezza del movimento e sono molto chiari i vari momenti da rispettare per far sì che questa manovra abbia gli effetti sortiti. Movimento che parte dal passaggio aereo sul lato opposto, é qui che inizia il gesto e la consapevolezza dello stesso, quindi all’inserimento della pala in acqua e contemporaneamente c’è la rotazione del busto bloccando gambe e addominali, pronti per entrare in azione al momento necessario. Tutte queste fasi costringono l’atleta ad operare in perfetta sintonia con canoa, pagaia e acqua con estrema decisone e calma.
Tutto questo quando ovviamente si utilizza per fare una risalita. Cambiano le dinamiche invece quando il débordé viene utilizzato per le rotazioni, in questo caso è evidente che un colpo indietro o lo stesso aggancio diventa più efficace e rapido.

Guardiamo invece cosa succede fra le donne in canadese le quali poco utilizzano il débordé preferendo ad  esso il cambio di mano. Il motivo principale deriva dal fatto che non si sentono sicure e molto spesso perdono gli equilibri, cosa che assolutamente non avviene per gli uomini che considerano questo gesto al pari con il lato di pagaiata. Pagaiare con le braccia incrociate diventa assolutamente naturale, ma bisogna prenderne coscienza e confidenza. Le nuove generazioni in rosa, che sono partite a pagaiare direttamente in ginocchio,  stanno naturalmente adoperando il débordé senza particolari difficoltà. Sarà questa la strada che a breve si imporra per la maggiore anche per il settore femminile.

Occhio all’onda! 




Australian open 2017 archiviati

Dagli « Australian Open » sono emersi dati interessanti su cui basare alcune considerazioni per i nostri atleti  in vista della stagione agonistica che è praticamente iniziata anche se sarà lunga e difficile. 
La gara, il momento esaltante per ogni alteta, a volte si trasforma come un incubo dove si fatica a mantenere serenità e gioia di esprimersi, chiudendosi in se stessi. Bisogna imparare a dare i giusti valori ad ogni cosa e soprattutto non basare la propria positività solo se si ottengono risultati di prestigio. 

Chi vicersa  ha confermato di essere ai vertici assoluti sono due fenomeni che rispondo al nome di Jiri Prskavec e Jessica Fox.
 

Il primo è un 23enne bronzo olimpico, campione del mondo assoluto, tre volte campione europeo come Daniele Molmenti e che indubbiamente per il  kayak maschile  è  oggi l’atleta  di riferimento in assoluto. Il ragazzo praghese è maturato moltissimo sotto il punto di vista tecnico, mettendo a punto un modello di approccio alle risalite decisamente efficace e più che mai sicuro. L’elaborazione di questa tecnica è frutto di una lunga evoluzione che ha come basi le sue grandi doti di destrezza e velocità oltre ad una naturale sensibilità sull’elemento liquido. Prskavec ha fatto suo, aggiustandolo pagaiata dopo pagaiata, un concetto fondamentale per uno slalomista e cioè la presa di coscienza e la relativa consapevolezza  di quello che sta facendo in quel preciso momento, quindi diventa tutto gestibile anche in situazioni estreme.  Scontato si potrebbe pensare, ma in realtà non è così. Sono due infatti gli elementi che disturbano questo stato mentale perfetto per mettere in pratica una tecnica ripetibile praticamente sempre. Il primo  arriva dalla reazione naturale di un atleta a fare senza pensare e disperdersi quindi in migliaia di colpi inutili.  Quello che con un concetto possiamo definire       « reazione  inconscia ed istintiva ad un evento » che può portare casualmente ad un risultato positivo, ma ha anche tante possibilità di non raggiungere l’effetto sperato. Viceversa una reazione ad un evento conscia e mirata porta ad un risultato praticamente certo o meglio ancora permette di esprimere le potenzialità che un atleta ha.
Quindi dove sta la difficoltà? Semplice:  nella capacità di gareggiare nello stesso modo in cui ci si allena mettendo in atto ciò che si riesce a realizzare con costanza e che viene ricercato proprio nell’allenamento. Lo capite se vi fermate ad osservare questo atleta nelle tante ore che passa sul canale per mettere in sintonia il suo gesto, il suo corpo e la sua canoa  con paline e acqua.  Un costante approccio positivo in ogni sua discesa che gli permette di accumulare positività e coscienza motoria.
Il secondo aspetto è l’incapacità di saper aspettare. Quando si è in acqua si pensa sempre di dover agire per far sì che la canoa possa correre, ma non sempre è così. Anzi bisogna lasciare al gesto e alla canoa il tempo per cui possa realizzare quanto messo in atto, niente di più niente di meno.

Un vero e proprio capolavoro artistico come fosse  un quadro dalle tinte forti quello messo in scena  da Jessica Fox durante la finale di questi           « Australian Open » fatti  nella completa assenza di pubblico e mass-media. Un’opera d’arte regalato ai pochi intimi che domenica erano presenti nel bacino olimpico di Penrith. Togliendo  una penalità banalissima alla due con la pala destra il tempo realizzato ha dell’incredibile ad un 7,2 % da un Prskavec strepitoso. Lo slalom è fatto anche di penalità quindi la reale percentuale di distacco è del 9,5%, ma tanto per farsi una idea la media in tre campionati del mondo per vincere l’oro in questa categoria è del 17,03% dal miglior K1 uomini!

La bionda australiana con sangue francese e inglese ha affrontato tutte le porte come se fosse un maschietto, tagliando le risalite con maestria e soprattutto senza rischio. Poi alla 13 in risalita è stata semplicemente divina, tanto è che pochi colleghi uomini sono riusciti a fare quella porta come la brava e bella figlia della Volpe. 
A fine gare, commentando la prova con la mamma allenatrice,  ho detto che vincere le gare con sei secondi sulla seconda significa ammazzare lo sport se lo pensiamo in senso generico per questa categoria considerando la netta superiorità della figlia che a questo punto potrebbe essere inserita a gareggiare nel kayak uomini!  Infatti il 94,56 le avrebbe tranquillamente aperto le porte della finale tra gli uomini. 

Occhio all’onda! 


Chiara Sabattini 7^ in finale nel K1 donne

Kudejova a sinistra e Hilgertova impegnate a veriicare i numeri della Repubblica Ceca a termine della gara


 

Qualifiche archiviate nel migliore dei modi


Tutto come da copione, come si suol dire si sono scaldati i motori anche se la pista per la verità, già facile a vista, si è dimostrata ancora più banale e scontata. Comunque va bene così considerando il fatto che siamo a febbraio e la stagione 2017 sarà lunghissima molto di più di ogni altra con i mondiali a fine settembre.
Non trovo molte cose da aggiungere alle classifiche se non il fatto che bisogna sempre stare attenti ad ogni particolare e mai fidarsi dell’organizzazione tanto meno se vi capita di gareggiare da queste parti: controllate tutto compresi i tempi di gara!
Giornata alterna in campo meteorologico, abbiamo iniziato con il sole, poi nuvole, quindi gara sospesa per temporale con grandine, quindi finito su pioggia battente e con una serata ad analizzare tempi e video per preparare al meglio la semifinale e speriamo finali di sabato e di domenica.
Devo fare una rettifica a quanto scritto sul fatto che Martikan avrebbe guardato le gare da bordo pista. Il campione slovacco non ce l’ha fatta, si è infilato un pettorale ed è sceso alla grande.  Conseguenza di ciò:  tre slovacchi nei primi tre posti rispettivamente Benus, Martikan e il giallo nero Slafkovsky poi tutti gli altri dietro a rincorrere questi fenomeni.
Svelato pure il mistero di come Michelino sistema la sua canoa quando non è in acqua. Infatti è praticamente sospesa  con delle cinghie sulla tettoia che copre il porta canoe, come quella del figlio del sindaco di Liptovsky, ma se quest’ultimo supera il metro e 85 e la cosa a lui risulta facile altrettanto non si può dire per Martino che a stento arriva al metro e settanta. Se non hai altezza allora ci vuole testa e dopo tanta attesa abbiamo scoperto il trucco. . .  vi basterà guardare la foto qui sotto per capirlo!





QUI I VIDEO K1 DONNE - C1 UOMINI -
 

Occhio all’onda! 








"Australian Open" al via

Un percorso effettivamente un pochino  banale per le qualifiche e che viceversa per le semifinali e finali, pur mantenendo lo stesso numero di porte e cioè 18, sembra più angolato e complesso. Così facendo sicuramente si stravolgerà il tracciato e lo si renderà più consono ad una gara ranking ICF. In effetti la qualifica non presenta particolari difficoltà e Mark Delaney e Mike Druce certo non si sono sprecati per tracciare questo percorso considerando il fatto che saremmo intorno agli 82/83 secondi di gara per i kayak uomini più veloci. Oggi l’inossidabile  Campebell Walsh, dopo la demo run a pezzi,  ha messo giù una manche a 89,15.  Lo scozzese,  che da anni allena la Nuova Zelanda e in particolare Luukas Peterson Jones, si mantiene in perfetta forma tra la corsa quotidiana, la passione per la bici e ovviamente tra tutto questo la canoa, suo grande amore, ha sempre uno spazio per qualche discesa sul canale per mantenere vive le sensazioni che poi cerca sempre di trasmettere ai suoi atleti.
Come sempre, anzi forse peggio di sempre, l’organizzazione qui è di un livello talmente basso che ormai non vale la pena  spendere neppure una parola in più su questo argoomento. Tutto è affidato alla povera Sue Natoli, che pur cercando di fare del suo meglio rimane comunque sola. Mossi da compassione  la famiglia Jezek collabora per cercare di salvare il salvabile. Anche la voce di Richard Fox oggi durante la demo run è sembrata più spenta del solito, probabilmente il campione di un tempo e oggi ex direttore tecnico dell’Australia che pagaia ha esaurito le sue energie finite chissà dove, come  finito è  il suo contratto con i locali, sembra per incomprensioni reciproche.
Venerdì dedicato alle qualifiche alla mattina con K1 uomini e C1 donne e C2 (in questa categoria solo 9 partenti tra cui anche i campioni olimpici Skantar/Skantar qui in Australia al completo con mogli e figli). Pomeriggio spazio alle altre categorie. Nel frattempo un’altra assurdità: il regolamento ICF che avrebbe dovuto entrare esecutivo dal primo gennaio di quest’anno è stato prorogato a maggio, quindi qualche atleta ha pensato di rimettere le tanto discusse alette sotto le canoe o a togliere il peso per mantenere gli 8 kg. del vecchio regolamento!
Quindi probabilmente gare sfalsate anche per queste incongruità assurde.
Nel k1 uomini tanti gli atleti di livello presenti a partire dal campione olimpico Clarke al campione del mondo Prskavec e ai vari Grigar e Aigner. Italia con Zeno Ivaldi. Fra le donne favorito numero uno Jessica Fox che tre settimane fa ha vinto gli Ocean Champioships nel nuovo canale di Auchland,  mentre ci sarà Chiara Sabatini delle Fiamme Azzurre per il tricolore italiano. Dolente nota al riguardo proprio del tricolore considerando il fatto che la bandiera italiana non sventola sul pennone come per tutte le altre nazioni e alla nostra domanda di questa dimenticanza ci è stato risposto che non sanno dove sia stata messa! Ho evitato di replicare per educazione e per rispetto alla mia amata Patria.
Nella canadese monoposto ben tre atleti italiani Nicolò Ferrari, Paolo Ceccon e Raffaello Ivaldi citati in rigoroso ordine di partenza.  Grandi nomi pure qui con Benus, Slafkovsky, Florence, Tillard solo per citarne alcuni, mentre Martikan e anche Hradilek pur presenti resteranno sulla riva ad osservare gli avversari per il futuro.

Occhio all’onda! 



Free on canal


Mi è piaciuta particolarmente  la risposta data  da Zeno  alla domanda di Chiara in relazione a che cos’è l’allenamento free on canal: « una riconciliazione di  te stesso con l’acqua ».
In effetti il vero scopo di quest’oretta di  libera gestione  ha proprio questo obiettivo quello cioè di permettere all’atleta di rimettersi in sintonia cercando nell’acqua i propri equilibri e la propria dimensione. 
"Free on the canal" è un allenamento in cui  lo slalomista si lascia trastullare dalla corrente e nello stesso tempo è chiamato ad aprire  la mente a tutte le possibili soluzioni che si possono adottare con porte, paline, onde e riccioli.  Creare o ridimensionare  gesti motori che forse troppo spesso noi allenatori blocchiamo o proponimao secondo  modelli che non possono però contemplare la sacra ed irrinunciabile personalità di ogni interprete in acqua.  E’ quello che un tempo lontano  chiamavamo  « river play »  che non erano altro che le infinite  ore che abbiamo passato per discendere magici fiumi tropicali, alpini o californiani. Incantandoci su onde giganti a surfare da parte a parte,  catturati dallo spirito dell’acqua che corre che inesorabilmente ci portava verso valle esausti. Manca oggi questo tipo di opportunità e le nuove generazioni di slalomisti hanno dimenticato, ma forse neppure mai conosciuto, l’incantesimo di una discesa su rapide che non finiscono mai e che ti regalano emozioni forti e durature nel tempo. Ecco perché è importante comunque lasciare spazi aperti e liberi agli atleti che alleniamo per offrire a loro la possibilità di scoprire e testare i propri gesti senza l'obbligo di fare percorsi pensati prima dove la loro fantasia motoria sarà la vera protagonista in assoluto. Alleneremo ad attivare le risposte più appropriate da applicare  al momento giusto. Elemento quest'ultimo che è la vera arma vincente, perché è proprio il perfetto tempismo che crea la differenza tra atleta e atleta.


Occhio all'onda!